Legna secca nei Bonsai

Articolo a cura di Antonio Acampora

Tratto da Bonsai & Suiseki magazine – Luglio/Agosto 2009

 

Quanto più difficili sono le condizioni ambientali ove crescono le piante, tanto maggiore sarà la presenza di legna secca che, unitamente a tronco e rami contorti, darà un aspetto drammatico all’insieme. Gli yamadori, cioè gli alberi raccolti in natura, sovente si presentano così all’osservatore. È appunto tale effetto che il bonsaista cerca di ricreare nella propria pianta da vivaio. Esistono tecniche che permettono di ottenere risultati somiglianti. Prima, però, di applicarle è necessario accertarsi che le qualità specifiche dell’albero siano adatte alla creazione di legno secco. La scelta delle conifere è anche sostenuta dal fatto che il legno di queste piante è ricco di resina e perciò resistono meglio all’aggressione degli agenti atmosferici, inoltre un jin non aggiunge alcun senso di naturalezza al bonsai se non esistono nell’albero quei particolari che chiariscono come e perché si è formato: se un ramo muore, ad esempio è perché non riceve più luce trovandosi nascosto da un ramo superiore.

Il legno morto è espressione di un ambiente naturale sfavorevole, quindi i rami e le foglie della pianta da scegliere devono mostrarsi in armonia con quest’aspetto. Questo concetto rende adatti alla lavorazione del legno morto ben poche specie, tra le quali vi sono specialmente conifere, es. ginepri sabina e fenicio, prunus e piante mediterranee quali l’olivo, il bosso, la phillirea. In generale ben si adatta ad alberi dal legno duro che resistono all’esposizione degli agenti atmosferici. Per le latifoglie, ad eccezione di quelle sopra menzionate, il jin non è indicato e pertanto il taglio del ramo verrà effettuato netto alla sua base. Secondo dove si realizza questa specifica tecnica, la zona di legno secco ottenuta è identificata in arte bonsai con nomi diversi.

JIN

Sono traccie di rami che raccontano di intemperie ed avversità. Quando la parte secca è presente all’apice della pianta colpito da un fulmine, prende il nome di ten jin; ten in giapponese significa alto, ma ha anche il significato spirituale di cielo; (l’imperatore nipponico, figlio del cielo, ha tra i suoi nomi quello di ten-no,) oppure è presente solo su un ramo o sezione di ramo. Viene effettuato soprattutto sulle conifere, e tra queste, trovano la loro massima espressione in ginepri contorti e sofferenti, quali J. sabina e J. phoenicea raccolti in natura. Poiché in natura il loro ambiente naturale è costituito da zone impervie, dove i fattori climatici sfavorevoli causano queste modi- cazioni. I jin servono non solo per donare fascino alla pianta, ma anche come ac- corgimento per ridurne l’altezza, nascondere una brutta capitozzatura o dissimulare un moncone di ramo. E’ da tener presente che il jin costruito con un ramo vivo si consumerà in breve tempo, mentre quello fatto con un ramo spezzato da uno, due anni non marcirà facilmente, dato che durante questo periodo si sarà impregnato di resina. Inoltre all’attaccatura del ramo spezzato si determina il confine tra la parte viva e quella morte. Se invece si scorteccia un ramo vivo, lasciandone il colletto, la corteccia alla base mantiene le sue funzioni vitali, e cicatrizza creando uno sgradevo- le ingrossamento. E’ importante scortecciare anche il colletto del ramo spingendosi lungo il tronco nella parte sottostante il jin. La base del jin dovrà avere una forma di fiamma rovesciata.

SHARI

Quando il disseccamento interessa l’intero tronco. In questo caso occorre fare molta attenzione a non scortecciare la parte che affonda nel terriccio per non provocare marciumi al colletto; è importante inoltre, garantire il flusso della linfa lungo la zona trattata. Anche lo shari viene utilizzato soprattutto sulle conifere, preferibilmente adulte. Tra i fattori che provocano lo shari ricordiamo: per i pini l’esposizione al sole violento, quando manca l’acqua. Quando sul tronco mancano completamente i rami da un lato, la corteccia si secca. Questo può accadere anche quando si pota un unico grosso ramo, solo su un lato. Oppure quando si pota o muore una grossa radice, di conseguenza questa radice si secca causando la morte del vaso linfatico ad essa collegato e della corteccia.

SABAMIKI

Quando il tronco è scavato in parte o spaccato. Questo tipo di effetto viene creato soprattutto allo scopo di eliminare difetti del tronco come antiestetiche cicatrici. Le essenze che si prestano maggiormente a quest’ applicazione sono sopratutto le Querce, i Castagni, i Prugni, ma anche le conifere.

UROMIKI

Tronco profondamente cavo fino alla base dell’apparato radicale.

COME CREARE JIN E SHARI

La legna secca è una tecnica molto usata nella creazione dei bonsai, soprattutto quando si utilizza materiale da vivaio di grandi dimensioni. Invece di utilizzare esclusivamente il procedimento della potatura drastica, si scelgono e si scortecciano, alcune zone trasformandole in jin e shari, con le quali sarà più semplice dissimulare le tracce della potatura di creazione. Scortecciare il tronco è un’operazione da e effettuare con molta cura. Se si rimuove la corteccia nel modo errato, si rischia di perdere dei rami, poiché qui scorrono i vasi linfatici che trasportano la linfa. Spesso i vasi linfatici non scorrono verticalmente lungo il tronco, ma si avvolgono intorno ad esso, pertanto è indispensabile determinarne la direzione di scorrimento prima di iniziare il lavoro. Ecco come si procede:

1) Individuare le zone infossate raschiando delicatamente il tronco con uno spazzolino metallico, si rimuove dall’albero in lavorazione la vecchia corteccia, scoprendo il movimento dei vasi linfatici. I primi ad essere eliminati saranno i meno attivi, per esempio quelli che sono collocati intorno ai tagli dovuti alla potatura dei rami: qui la corteccia apparirà leggermente infossata. In mancanza di cicatrici, osservando il tronco con attenzione si possono distinguere comunque quelle zone nelle quali i vasi linfatici sono poco attivi, poiché anche in questo caso la corteccia si presenta leggermente infossata.

2) Incidere definendo con precisione i margini. Individuate le zone è consigliabile segnarle e delimitarle con una sgorbia o un coltellino premendo verso l’interno con un angolo di quarantacinque gradi, abbozzando cosi lo shari. L’individuazione del decorso delle vene è alquanto complessa. Non è necessario completare il lavoro in un’unica volta: all’inizio, più vasi vengono lasciati intatti meglio sarà: va tenuto presente però che tutte le zone superflue andranno gradualmente scortecciate.

3) Dare rilievo al legno secco, riducendo il numero dei rami e sfoltendo la vegetazione.

A questo punto si può operare una prima selezione e potatura dei rami. Al fine di porre in rilievo jin e shari la ramificazione deve essere ridotta il più possibile, ma inizialmente i rami alimentati direttamente dalle vene vive dovranno essere lasciati crescere liberamente. Col passare del tempo le vene vive si ingrosseranno e la legna secca apparirà molto più naturale. Nel modellare il legno secco, conviene assottigliarlo gradualmente, controllando passo dopo passo che sia mantenuto l’equilibrio con le zone vive. La scultura del legno si basa sulla creazione di diversi “piani ottici“, ossia pieni/vuoti, chiaro/scuri che daranno profondità e naturalezza al risultato finale. Con l’aumento dei rami e della vegetazione le vene tenderanno ad ingrossarsi. Per evitare che si estendano troppo, occorre ogni anno intaccare leggermente i margini poiché in questo modo, non solo acquisiranno una forma arrotondata e matura, ma risalteranno maggiormente . È fondamentale ricordarsi di effettuare costantemente (una volta all’anno) trattamenti in estate con liquido jin diluito (la proporzione è 1:5 per le latifoglie, e 1:3 per le conifere o a scelta del bonsaista in base all’effetto che vuole rappresentare, a volte si aggiunge della tempera nera o fuliggine per attenuare il colore bianco del liquido essiccato ), allo scopo di evitare problemi di marcescenza e attacchi fungini. Nel caso di legno secco appena scolpito da una parte viva, non si applica subito il solfuro di calcio che penetrando nei tessuti comprometterebbe la salute. Conviene aspettare da 6 mesi ad un anno, il completo disseccamento della zona scortecciata.

 

LO SBIANCANTE PER IL LEGNO NUDO

Quando il lavoro di scultura del legno è stato ultimato e la parte debitamente rifinita ed è passato un certo periodo di tempo, giunge il momento di applicare uno speciale preparato chiamato liquido jin, lo scopo principale del preparato è quello di fare da conservante della legna, impedendo che con il tempo marcisca. Per questo lo zolfo agisce da fungicida e la calce da pietrificante; l’effetto sbiancante si realizza perché è questo il colore che assume in natura la parte morta di una pianta.

ALCUNE REGOLE DI BASE

Quelli che seguono sono consigli generici. Prima di lavorare sulla pianta esercitarsi no a quando non si acquisirà una certa sicurezza su pezzi di rami o tronchi morti e questo consiglio vale anche per la vostra sicurezza dato che gli attrezzi che andate ad adoperare sono tutti affilatissimi non è la prima volta che un principiante deve ricorrere a diversi punti di sutura alla mano o qualche dito! Questa esercitazione vi servirà, anche per dosare la pressione dei vostri bisturi, delle vostre lame ed evitare pressioni esagerate sulla corteccia o di sbagliare la zona da circoscrivere. Se non siete tanto precisi,disegnate con un pennarello la zona da rimuovere e poi procedete con un coltello. Nella rimozione della corteccia o del legno procedete sempre con molta gradualità e progressione: meglio togliere poco materiale alla volta che sbagliare senza possibilità di rimediare all’errore e quindi mettere a rischio la vita della pianta.

 



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